Anche nel cimitero ci sono ricchi e poveri

Il folklore letterario calabrese include tra i segni della stratificazione socio-economica la diversità delle tombe. […]

Le cappelle appartengono infatti prevalentemente a famiglie gentilizie o abbienti, a congreghe religiose, che nei loro statuti solitamente indicavano tra i fini primati la fruizione gratuita da parte dei congregati dei rituali funebri e della deposizione della salma nella cappella della congrega stessa. L’ideologia della famiglia come comunità metastorica trova riscontro e proiezione architettonica nelle tombe e nelle cappelle di famiglia, nelle quali si concludono e ritrovano familiarità i destini individuali. L’unità metastorica della famiglia richiede la duplicità della dimora (casa, tomba), una serie di rinvii che ne sanciscano insieme la diversità e la complementarietà, così come, in un circuito più ampio, il paese della diversità e della complementarietà tra paese dei viventi e paese dei morti, ponendosi esso stesso come soggetto metastorico. Le cappelle delimitano lo spazio familiare dal rimanente spazio, instaurando un rapporto interno-esterno analogo a quello vigente nella realtà storica dei paesi. I due tronconi della famiglia e delle correlative proiezioni architettoniche, come, per concentrica circolarità, i due tronconi del paese, si avvalgono di segni, di rituali e di tempi che consentono l’identificazione e ne celebrano l’unità metafisica. Le visite ai morti nei giorni anniversari o in quelli della loro commemorazione collettiva, come il ritorno dei morti nel paese e nelle loro case, si rifanno a una sporgenza temporale, in cui sono sospese le cautele e le divisioni abituali e si realizza sia per la famiglia che per il paese un’unità mitica di spazi e di tempi.

In questo quadro i comportamenti dei superstiti presso le tombe dei familiari tendono a realizzare un rapporto e a conferire domesticità a ciò che altrimenti si presenterebbe come estraneità radicale. Il pianto, l’offerta di fiori, l’accensione di candele, lumini di cera e lampade elettriche, la deposizione di oggetti appartenenti al morto o che rientrano nel bisogno di mantenimento della identità del defunto (ad esempio, carta di identità del morto appoggiata sulla tomba), la fotografia del morto sovrapposta alla lapide, l’attuazione di pratiche rituali (come l’offerta di cibo ai morti o il mangiare presso le tombe) rinviano tutti, pur nelle diversità delle funzioni specifiche, all’esigenza di rintracciare tecniche di mediazione capaci di offrire praticabilità all’orizzonte sfumato della presenza e del rapporto.

Tecniche di orientamento del ricordo e di ripresentificazione controllata della morte (è come se il morto, in una riduzione-annullamento della distanza temporale, ripetesse la sua morte), gli anniversari aiutano ad articolare un linguaggio e a instaurare il colloquio. Negli anniversari individuali e in quello comunitario del 2 novembre «presso le croci dei più poveri e tutt’intorno nelle cappelle dei meno poveri» notava De Martino «si levano i lamenti ora convulsi, quasi prossimi ad una vera e propria crisi parossistica, ora invece più umani, risolti in lunghe melopee velate di pianto».

Nei cimiteri meridionali ancor oggi si rinnova il pianto, in una gamma che va dal sommesso piangere sino alla formulazione più arcaica del lamento funebre. Tale lamento «instaura col morto un rapporto di alleanza, e mediante la sua iterazione in date rituali distende nel tempo il lavoro del cordoglio, eseguendolo per così dire in dosi successive ridotte e lasciando relativamente sgombri gli intervalli dalle tentazioni della crisi: con ciò il lamento funebre porta il suo contributo, nel quadro del rituale funerario, al controllo di un altro rischio del cordoglio, il ritorno irrelativo dei morti come rappresentazione ossessiva o come immagine allucinatoria».

Inoltre, il pianto realizza, comunque, uno spazio espressivo — verbale, melodico, gestuale — di evocazione del morto, di sua presentificazione protetta, un campo di destorificazione nel quale la memoria può diventare presenza e il rimpianto colloquio.

In generale, si tende a instaurare, attraverso le varie procedure, un regime di comunicazione tra lo spazio dei vivi e quello dei morti, una condizione controllata di similarità che annulla provvisoriamente la separatezza. Nel cimitero vengono immessi elementi della vita: la luce, il fuoco, il cibo, altri oggetti di vita rompono simbolicamente il buio, il freddo, la cessazione della vitalità, vale a dire attraggono per un breve intervallo nella dimensione della vita la condizione di morte.

Presso le tombe, infatti, vengono deposti a volte pane e vino; a Roccanova in Lucania, giusta la testimonianza di De Martino, «ultimo miserabile avanzo della pagana offerta di cibo ai morti, alcune donne vanno versando, da una bottiglietta di gazzosa, un po’ di vino rosso su una grossa fetta di pane scuro, che depongono poi presso la croce nel fascio di fiori campestri». La presenza del vino presso le tombe è ancor oggi diffusa in alcuni paesi calabresi. A Palermo è stata rilevata la presenza di alcune donne che mangiavano presso le tombe.

La mediazione rituale non esclude la condizione di separatezza, anzi la presuppone, costituendo la mediazione un meccanismo di superamento simbolico e provvisorio. La divisione dei mondi è la condizione abituale e proprio perciò debbono essere riconoscibili, dotati cioè di segni che fissino limiti e restituiscano identità.

Le lapidi e la ricorrente presenza nelle iscrizioni di alcune espressioni — quali «pace eterna», «riposa in pace», e cosi via — e in genere le pietre tombali «completano lo sbarramento tra la cerchia dei viventi e il domicilio dei morti, l’iscrizione “riposa in pace” è l’antica formula di scongiuro contro il cadavere che ritorna, contro il viaggiatore che provoca sventure. “Pace” indica l’ambito di ciò che è delimitato, recintato, indica una zona sbarrata». Ma i segni dello sbarramento sono anche segni per il ricordo e per la strategia della presentificazione. Le iscrizioni sulle lapidi consegnano al ricordo del visitatore il nome del morto, le date della sua esistenza, l’indicazione del mestiere o professione, un’essenziale biografia morale — condensazione pietrificata dell’elogio e del lamento funebri — e rappresentano l’esplicitazione del rapporto familiari superstiti-defunto, la sottolineatura della pietà come estrema valenza affettiva.

Nel caso di morte «innaturale», avvenuta in giovane età, in seguito a incidente, per omicidio, in terra straniera, in quei casi cioè che configurano prevalentemente la categoria folklorica della «mala morte», gli epitaffi sottolineano le modalità della morte, testimoniano un’angoscia e una paura aggiuntive che richiedono di essere placate anche nella fissazione lapidaria. Definendo gli ambiti concentrici (cimitero, tomba) nella loro interrelazione e nel rapporto con lo spazio dei viventi, si evita la confusione irrelata, conferendo e mantenendo l’identità del defunto. A questa funzione identificativa, come una sorta di doppio tecnologico che sostituisce l’antica unità simbolica della persona con la propria ombra, recuperando la figura al di là della sua permanenza realistica («oggi in figura, domani in sepoltura», ammoniva una formula popolare di memento mori), risponde costitutivamente la fotografia del defunto posta sulla lapide. La fotografia, che nel mondo folklorico, per la sua capacità di cattura-fissazione dell’immagine, suscita diffidenza e paura e sollecita tecniche di controllo, sviluppa qui con radicale proprietà il proprio ruolo di linguaggio superstite, che trascina oltre la morte una vita immobilizzata e perciò mortificata. La sua vocazione necrofila si svela in una pratica che, in un quadro di pietà e di riferimenti metastorici, assicura parvenza di vita e di soggettività.

Le piante e gli alberi che adornano le tombe e lo spazio del cimitero, al di là della connessione con il fresco e la pace che pur stabiliscono, presentano un paradigma di vita, su cui commisurare le prospettive di ulteriorità, come se la pianta potesse rappresentare, per certi versi, una ripetizione del singolo, il suo doppio nell’ordine rassicurante della natura. Non è un caso che nel folklore meridionale sia stata diffusa e in qualche area ancora permanga l’usanza di piantare un albero in pegno di prosperità e di longevità. Tenui tracce di un ordine simbolico rappresentato dagli alberi, le piante dei cimiteri contribuiscono a conferire significanza spaziale alla potenzialità minacciosa del vuoto, della morte.

 

LUIGI M.LOMBARDI SATRIANI e MARIANO MELIGRANA

Da “Il Ponte di San Giacomo” – Rizzoli

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