BASILIANI, grecità di cultura non di razza

Codex Purpureus Rossanensis

È  più con l’imponenza delle svariatissime tracce di grecità che rimangono nei luoghi che ho accuratamente percorsi e studiati, restano da ricercare le ragioni per cui un movimento di asceti, questa gente eterna in cui nessuno nasce, per cui il White giustamente ammetteva da parte del monachesimo bizantino in Italia una diffusione di cultura ma non di razza, ha potuto così proficuamente agire in profondità da influenzare ancora oggi una parte della vita delle popolazioni meridionali.

Innanzi tutto, è da precisare che da qualunque parte del mondo greco questi monaci giungessero, essi trovavano nel mezzogiorno italiano, su cui ancora influivano le grandi tradizioni del passato della Magna Grecia, modi, esigenze ed aspetti di vita più o meno simili a quelli che essi praticavano o che erano adusati a vedere. Si direbbe, anzi, come fin’anche nell’aspetto geofisico talune regioni italiane si presentassero con caratteri consimili a quelle donde una parte dei monaci proveniva: basterebbe considerare la natura geologica della Cappadocia e quella della Terra d’Otranto e delle Murge, che portò in ambedue i casi al trogloditismo sotto un ciclo ugualmente abbagliante, oppure alla linea costiera ed alla luce azzurra di alcune plaghe dell’Ellade e della Lucania tirrenica. In questi sensi è dunque possibile affermare che i continui afflussi ascetici non iniziavano, ma concludevano il plurisecolare processo di ellenizzazione del mezzogiorno italiano.

Tale identità di modi di vita e di sentimenti e i continui scambi e rapporti che si avevano tra l’Italia meridionale e il mondo bizantino, e tra i grandi centri monastici orientali e quelli italiani, alimentati dalla venuta di monaci dall’Oriente e dai viaggi di asceti italo-greci nelle terre orientali, si ripercuotevano anche nelle tappe per cui, qui come altrove, è passato il monachesimo basiliano. E cioè gli eremi, istituiti in cavità naturali od artificiali od in umili abituri, in cui si conduceva una vita solitaria; le laure, formate da capanne o per lo più da grotte raggruppate intorno ad una chiesetta comune a tutti gli asceti, come un esempio bellissimo che ricorda alcuni tipi cappadoci da me ritrovato nella gravina di fronte a Matera; i cenobi, in cui si viveva in comunità e che in un primo momento, per le influenze della tradizione ascetica siriaco-egiziana, vennero fondati lontano dai centri abitati, ai quali poi si avvicinarono per seguire le norme di S. Teodoro Studita, presto, come si è visto, introdotte nei tenitori longobardi.

Queste case religiose, fin dagli inizi, ebbero intorno delle superfici più o meno vaste di terreno libero da poter disboscare e coltivare, poiché, al contrario di quanto comunemente si crede, anche gli ordinamenti basiliani, sia quelli dettati da S. Basilio di Cesarea che gli altri di S. Teodoro Studita, prescrivevano il lavoro manuale obbligatorio da esplicarsi sotto tutte le forme. A pensarci bene, qualche lavoro stagionale agricolo dovette aversi anche nelle fasi degli asceteri e delle laure, data la necessità dei monaci viventi lontano dai centri abitati di procacciarsi da se stessi il povero e poco cibo indispensabile al loro sostentamento. E poiché vien sempre fatto riferimento al pane, anche in tali fasi di vita monastica, ne consegue che gli stessi asceti si industriarono a risanare e dissodare qualche piccola estensione di terreno vicino ai loro ricoveri per coltivarla a cereali. In seguito, nella successiva fase dei cenobi, da una parte aumentarono le esigenze delle accresciute comunità, dall’altra, si accrebbero, per le donazioni avute, le superfici coltivate, le quali man mano si ampliarono fino a divenire dei vasti possedimenti.

A questo punto, si viene a toccare un argomento che è stato assai dibattuto. E cioè, se ai monasteri basiliani fosse stato lecito possedere beni stabili. Per risolvere la questione, bisogna considerarla in due separati momenti. In un primo tempo, i monasteri ebbero la facoltà di possedere grandi ricchezze, tanto da far pensare che le lotte iconoclastiche avessero anche avuto la mira di abbassare non solo spiritualmente, ma anche economicamente, lo stato monastico. Del resto, per rimanere in Italia, ciò è provato dalle donazioni fatte a favore del monastero di Aulinas di Elia di Enna dall’imperatore Leone VI, mentre, proprio contro quanto prima appare norma costante, sono successivamente emanati in senso proibitivo una Novella nel 935 da Romano Lecapeno e poi un decreto dall’imperatore Niceforo nel 964. Documenti e notizie posteriori a questa ultima data, e in discreto numero, ci permettono però di affermare che, sia per una non perfetta e rigida applicazione dei ricordati provvedimenti legislativi, sia per un trattamento di favore nel confronti dei basiliani viventi nel mezzogiorno italiano, troppo utili al governo imperiale cui erano strettamente legati e che propagandavano, sia per altre ragioni che ci sfuggono, i monasteri avevano in proprietà estesi e redditizi possessi rurali. Tutto ciò si intende nei riguardi dell’Italia bizantina, ma le condizioni non si presentarono differenti nei territori longobardi, dove, ad esempio, Nilo di Rossano ricevette vaste proprietà nei pressi di Montecassino, allorché venne a stabilirvisi, e Luca di Demenna ebbe a lottare vittoriosamente nella valle di Marsico contro il signore della regione che gli insidiava i possessi del monastero da poco fondatovi.

A questo stato di cose attribuisco una grande importanza circa la possibilità di azione del fattore monastico nella bizantinizzazione dell’Italia meridionale. Poiché allorquando i cenobi divennero grandi e potenti proprietari terrieri, naturalmente la sola opera dei pochi monaci agricoltori non potè essere più sufficiente per una razionale coltivazione delle terre dei monasteri. Si dovette, allora, ricorrere necessariamente a mano d’opera estranea alle comunità, la quale veniva fornita alcune volte dagli abitanti dei luoghi prossimi, che ebbero così modo di rimanere maggiormente a contatto con i monaci e quindi risentirne più efficacemente l’influenza, tal’altra da gente rifugiatasi spontaneamente al riparo dei grandi monasteri per sfuggire a pericoli imminenti, costituiti assai spesso dalle incursioni mussulmane che si succedevano di continuo, distruggendo gli abitati specialmente bizantini e mettendo in fuga gli abitanti, ma che molte volte si infiggevano innanzi ai cenobi, od infine da coloni espressamente chiamati. In quest’ultimo caso, per quello che estensivamente possiamo arguire da quanto conosciamo al riguardo, si trattava di genti venute da paesi bizantini, perché i monaci basiliani, che sempre si ritenevano bizantini, come proclamava Nilo di Rossano ad Adalberto vescovo di Praga, amavano naturalmente circondarsi di popolazioni della loro stessa razza e proteggerle.

Avessero avuto i monasteri basiliani dell’Italia bizantina e di quella longobarda la vera e propria concessione giuridica di poter chiamare e raccogliere estranei intorno alle loro fondazioni per la coltivazione delle terre, o si fossero da se stessi arrogati il diritto di poter fruire dell’istituto della commendatio attestato in documenti dell’età prenormanna in tutto il meridione italiano, o fosse stato bastevole possedere delle terre per potervi riunire coloni anche di paesi lontani, è certo che possiamo notare il fatto compiuto in numerosi casi che assumono una grande importanza.

Come è facile poter vedere, in tutta l’Italia meridionale molti nomi di abitati attuali ripetono i titoli dei monasteri che presiedettero alla loro formazione. Della maggior parte di essi non si riesce oggi a stabilire, per mancanza di documentazioni, l’epoca della loro fondazione; tuttavia in questa scarsezza di dati una indicazione ci viene offerta dal piccolo borgo di Cersosimo nella valle del Sarmento, affluente del Sinni, che è già nel 1034 ricordato come casale dell’attiguo monastero denominato di S. Maria di Kur Zosimo. Se questo esempio ci viene offerto dalla Lucania orientale, riconquistata dai bizantini intorno all’886, maggiori tracce ci provengono dai territori che rimasero sempre longobardi. Così, dall’abitato di S. Elia a Fiumerapido, che si trova nelle vicinanze dell’altro di S. Angelo a Theodice, dove sorgeva il cenobio di S. Michele di Vallelucio concesso da Aligerno, abate di Montecassino, a Nilo di Rossano nel 981, nonché dall’altro borgo di S. Arsenio, sorto nei pressi del monastero basiliano di S. Zaccaria di Sassano nella valle del Tanagro, che conservano ancora, nelle loro denominazioni e nei loro patroni, il ricordo di due santi assai venerati dalla chiesa bizantina e, distaccandosi dagli altri abitati che li circondano, costituiscono delle isole di grecità per i dialetti, gli usi ed i costumi. Di fronte a questi casi, non si può non pensare ad una vera e propria opera di colonizzazione da parte dei basiliani, come ci è attestato esplicitamente nella Lucania occidentale. Dove le tradizioni locali, che si diffondono a narrare di vari borghi, quali Morigerati, Vibonati, Battaglia, e, forse, Sicilì, costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani ricevono una conferma preziosa e precisa dalla documentata notizia secondo la quale, nel 1008, Giovanni igumeno del monastero di S. Arcangelo de Cilento chiamava Kallino, greco di Calabria e, naturalmente, altri per adibirli alla coltura delle terre del monastero; mentre da un documento del 1017 transuntato in un altro del 1034, al quale intervennero gli igumeni dei prossimi monasteri basiliani di S. Maria di Pattano, S. Maria de Terricello e S. Giorgio, nel borgo di Acquabella, nella valle dell’Alento, appariscono sacerdoti e abitanti di origine bizantina.

I fatti che sono venuto elencando giovano, credo, a presupporre ed a mettere in luce uno stato di cose ugualmente diffuso ed attuato in tutto il meridione. Inoltre, essi da una parte capovolgono la recente tesi che nega una bizantinizzazione delle regioni a settentrione della vallata del Crati, le quali, invece, la risentirono in modo imponente e per quanto riguarda la parte settentrionale della Calabria e per quello che si riferisce alla Lucania centrale ed orientale, senza contare la Puglia in cui la grecità pervenne direttamente dall’estremità più orientale d’Italia. Circa poi la Lucania occidentale, la bizantinizzazione appare tanto più imponente, se si considera che la zona, per non essere mai stata sotto il dominio dell’impero di Oriente, deve senza dubbio la sua grecità, che si manifesta nel dialetto, nel rito bizantino seguito fino ad epoca tarda, nei titoli di molte chiese e nelle forme architettoniche di alcune di queste, unicamente all’influenza esercitata da taluni grandi, ricchi e colti monasteri di cui rimangono tracce e vestigia, nonché da altri minori che tessevano per tutta la regione una fitta rete.

D’altra parte, gli stessi fatti ci forniscono, mi pare, la chiave per cominciare a comprendere la grecità del mezzogiorno italiano, che, alla loro luce, appare prodotta, non solo dall’azione personale dei monaci, ma anche da quella oscura, però penetrante, dei nuclei di popolazioni greche, che, per opera degli stessi monaci, vennero immessi nei tenitori longobardi o che tali si mantennero più a lungo. Questi nuclei, mentre propagavano direttamente la razza greca con le loro famiglie originarie e con quelle nuove sorte nello stesso ambito delle immigrate o, indirettamente, per mezzo dei matrimoni misti con la gente del luogo, servirono come veicolo e vivente mezzo di diffusione di nuove idee e lingua, di nuovi e diversi costumi. Azione sorretta e guidata dai monaci, che, da parte loro, diffusero invece quanto era attinente alla cultura ed alla religione ed alla politica di Bisanzio ed anche, in misura maggiore, a quanto concerneva i supremi valori della spiritualità.

 

BIAGIO CAPPELLI

Da ”MEDIOEVO BIZANTINO NEL MEZZOGIORNO D’ITALIA” – Il Coscile

Foto: Rete

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