LA MALVA, simbolo dell’Amor materno

 

Pianta eliotropica è la malva (Malva silvestris) poiché orienta i suoi grandi fiori rosa-violetti sul corso del sole.

Veniva usata anticamente come cibo semplice e povero, secondo quanto riferiscono Esiodo e Teofrasto. In epoca romana, come testimonia Marziale, serviva per neutralizzare gli effetti delle nottate trascorse a bere e mangiare smodatamente. Pitagora invece la sconsigliava, come riferisce Giamblico, perché era «la prima messaggera e annunciatrice della simpatia tra le cose celesti e terrene» e perciò impediva, al pari di altri alimenti, fra cui le fave, la liberazione dal ciclo delle rinascite.

Non era della stessa opinione Plinio, che la considerava una panacea, e dello stesso parere sarebbero stati i rinascimentali che l’avrebbero soprannominata omnimorbia, rimedio per tutti i mali. Secondo il naturalista latino, preservava da ogni malattia chi ne beveva giornalmente il succo. La radice, avvolta in lana scura e portata come amuleto, curava le affezioni alle mammelle, mentre bollita nel latte e ingerita come una minestra guariva dalla tosse in cinque giorni.

Era anche un ottimo rimedio contro la gonorrea, poiché si diceva che per guarirne bastasse legarsi al braccio un sacchettino con semi di malva; e la si considerava anche un afrodisiaco, come riferiva Plinio: «questa è a tal punto “venerea” che secondo Senocrate i semi della specie usati per curare i disturbi femminili aumentano infinitamente il desiderio sessuale, e lo stesso effetto hanno tre radici legate vicino al sesso».

Ma nel Medioevo si era diffusa la convinzione contraria, che fosse un antiafrodisiaco e favorisse una condotta calma e sobria. Tale opinione fu condivisa nel Rinascimento, quando veniva prescritta per varie malattie, ma non certo come afrodisiaco. E con ragione, perché nella fitoterapia è indicata come calmante, emolliente, lassativa, utile contro la tosse, l’asma, le emorroidi e per curare le malattie da raffreddamento, come la bronchite e la faringite.

È usata anche nella medicina popolare per preparare la famosa Tisana dei quattro fiori, composta da sette specie: rosolaccio, malva, farfara, piede di gatto, verbasco, altea e viola mammola.

Nel passato i contadini si servivano delle foglie per estrarre i pungiglioni di vespa, mentre la sua linfa gommosa veniva ridotta in poltiglia e usata come crema rinfrescante per il viso.

Oggi è noto che per il suo alto contenuto in mucillagini esercita una intensa azione emolliente, antinfiammatoria degli occhi, delle mucose del cavo orale, e dell’apparato gastrointestinale e respiratorio .

Aveva invece una proprietà magica, come spiega il libello De secretis mulierum attribuito ad Alberto Magno, dove la si raccomandava come una cartina di tornasole per sapere se una fanciulla fosse ancora vergine: «Fac eam mingere super quandam herbam quae vulgo dicitur malva de mane; si sit sicca, tunc est corrupta», prescrizione che non ha bisogno di traduzione.

Nel linguaggio ottocentesco dei sentimenti il suo fiore ha ispirato i simboli dell’Amor materno e della Mansuetudine che ben corrispondono alle sue proprietà medicinali.

 

ALFREDO CATTABIANI

In “Florario” – Mondadori

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