La preghiera del monaco

 

Grande spazio, infine, doveva avere la preghiera nella vita del monaco. Difficilmente, però, tale dimensione spirituale personale appariva all’esterno. Il perfezionamento interiore, la progressiva capacità di accogliere il dono di Dio, l’esperienza anche straordinaria di tale dono, rimangono il segreto che ogni monaco tiene racchiuso nel cuore.

Come preghiera privata e personale i monaci possono fare qualche lettura spirituale o pregare mentalmente. Tutti però hanno l’impegno che assegna loro il padre spirituale (πατηρ πνευματικοσ), in genere quello di fare un numero determinato di “metanie” (μετανοιαι). La metania è una prostrazione fino a terra (grande metania) o un inchino profondo toccando la terra con la mano destra (piccola metania), che si conclude con un segno di croce e con l’invocazione.

Un numero determinato di metanie sostituisce l’ufficio divino celebrato in comune; ciò di regola vale per gli eremiti che vivono lontano dalla comunità. Molto, però, è lasciato all’iniziativa individuale. Ciò che, infatti, fin dalle origini ha caratterizzato il monachesimo orientale è la pratica della preghiera continua. Il consiglio di san Paolo «pregate incessantemente» (αδιαλεπτως  προσευχεσθε) «in ogni occasione» (εν παντι καιρω)  e «in ogni luogo, alzando al cielo mani pure senza ira e senza contese» (εν παντι τοπω επαιροντας οσιους χειρας χωρις οργης και διαλογισμου), ha sempre esercitato un immenso influsso sulla spiritualità cristiana e monastica in particolare.

Fin dalle origini i monaci presero questi moniti non come una devota esortazione, ma come un vero e proprio comandamento del Signore. «Non ci è stato prescritto» afferma Evagrio Pontico «di lavorare, vegliare, digiunare sempre; mentre ci è stata data la legge di pregare incessantemente». San Massimo il Confessore aggiunge, in accordo con tutta la tradizione spirituale orientale, che «la Santa Scrittura non ci comanda nulla di impossibile».

In Oriente, dopo un periodo di varie sperimentazioni, si è imposta la pratica della cosiddetta Preghiera di Gesù (Ευχη Ιεσου). Viene chiamata Preghiera di Gesù, mentre in realtà si tratta di una Preghiera a Gesù. Questa viene espressa tradizionalmente con la formula «Signore

Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me» («peccatore» aggiungono i russi). È appunto praticando questa Preghiera di Gesù, detta anche semplicemente “Preghiera” o “Preghiera del cuore”, che gli esicasti si concentrano nel pensiero della presenza di Dio, fino a divenire come trasfigurati. Per contare le invocazioni e gli inchini che le accompagnano i monaci si servono di una corda con nodi o grani, simile ad una corona del rosario, detta κομβοσχοινιον (komboschinion, cioè “corda a nodi”) o κομβολογιον (kombolóyion, cioè “coroncina di grani”), che monaci, sacerdoti e vescovi portano attorcigliata sul polso sinistro sia nel corso delle sacre funzioni che durante il lavoro. Questa preghiera è stata definita «il cuore dell’ortodossia», «una pratica che, pur risalendo alla più remota antichità, resta a tutt’oggi molto viva nell’Oriente cristiano».

Questa Preghiera di Gesù, oggi molto praticata, cominciò a diffondersi a partire dalla metà del secolo XI, quando cioè si diffuse la Filocalia. Nulla ci impedisce di pensare, dunque, che tale Preghiera di Gesù, o perlomeno qualche forma affine, fosse già praticata dai monaci di Scalea. Durante i lavori di recupero, infatti, dalla fossa cimiteriale al di sotto del pavimento della chiesa, oltre a numerosi resti umani, vennero raccolti quelli che di primo acchito parvero i grani di una corona del rosario: ma chi può dire in verità se non si trattasse invece di ciò che restava di un antico κομβολογιον?

 

AMITO VACCHIANO – ANTONIO VINCENZO VALENTE

In “San Nicola dei Greci a Scalea” – Salviati

Foto: RETE

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