«Complesso di potenza»

Marte

 

L’espressione «complesso di potenza» nasce con Jung e viene ampiamente definita in Tipi psicologici, pubblicato per la prima volta nel 1921. Dice il paragrafo in questione:

Chiamo occasionalmente complesso di potenza l’insieme di tutte quelle rappresentazioni e di quelle aspirazioni che tendono a collocare l’Io al di sopra di altre influenze e a subordinare queste all’Io, sia che tali influenze provengano da uomini e da situazioni, sia che esse provengano da impulsi, sentimenti e pensieri propri, soggettivi.

In breve, la subordinazione, di qualunque tipo, suscita il complesso di potenza. Questa definizione suggerisce implicitamente che l’affermare se stessi al di sopra dell’altro, qualunque cosa sia questo altro, lo colloca al di sotto. L’espressione chiave, in questo passo di Jung, è «al di sopra». E i modi di ergersi «al di sopra» possono essere molti. La subordinazione può usare la forza, la forza di volontà, la persuasione attraverso l’atteggiamento, la logica, l’argomentazione, oppure la conversione, il convincimento con il ragionamento, il terrore, la manipolazione, l’irretimento, l’inganno. Qualunque sia il metodo, il complesso di potenza subordina tutto all’arrivare e al restare in testa.

Queste differenti modalità sono abbastanza familiari. Chiunque abbia vissuto con un coniuge di umore depresso, o abile manipolatore, o litigioso e prepotente conosce profondamente cos’è la subordinazione e sa bene che una posizione di superiorità sembra essere definita, essenzialmente, dal fatto che qualcosa o qualcun altro diventa subordinato.

Altrettanto familiari ci sono le tecniche di subordinazione che si esplicano nella struttura del nostro stesso carattere – pensieri che non vogliamo consentirci, sentimenti che preferiamo reprimere, fantasie e abitudini che non possono vedere la luce del giorno e che sono immediatamente giudicati inferiori. Sia all’interno sia all’esterno, in se stessi o negli altri, l’idea junghiana del complesso di potenza si basa sull’idea di un Io superiormente dotato di forza di volontà.

Altrove, però, Jung va oltre l’Io e parla di una pulsione di potenza, o istinto di potenza, facendo propria l’idea, forse di Adler, forse anche di Nietzsche, della volontà di potenza. Questo istinto di potenza Jung lo accoppia a un’altra travolgente forza psichica: la sessualità.

Egli sostiene che il potere costituisce la base della psicologia adleriana, come il sesso la base di quella freudiana. Questo binomio è ben più antico della psicoanalisi, rimanda a due dei principali peccati contemplati dalla morale della Chiesa nel Medio Evo: ira e cupiditas (avidità e concupiscenza).

Queste passioni peccaminose dell’antichità sono adesso diventate il potere e l’istinto sessuale.

Ma ancora più antiche, nel senso che sono presenti da sempre, sono due figure mitologiche, Ares/Marte e Afrodite/Venere.

Anche queste figure sono spesso in coppia, e le loro storie ci parlano di potere e di sessualità. Dietro i concetti della psicologia moderna c’è una lunga storia, e dietro quella lunga storia ci sono le configurazioni archetipiche che la storia riveste secondo la moda dei secoli. L’approccio archetipico al potere e al sesso ci dice che un essere umano non può mai controllare del tutto l’ira o la cupiditas, perché è in queste esplosive pulsioni che dimorano gli Dei.

E anche se pensiamo che i miti sono ormai da lungo tempo dimenticati, e che gli Dei e le Dee sono morti, in realtà essi risorgono nelle passioni dell’anima. L’ipotesi che il nostro temperamento sia tracciato sulle linee di una griglia mitica è un’idea che merita maggiore spazio […].

 

JAMES HILLMAN

In “Il potere” – BUR

FOTO: Rete

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